Contro la pena di morte

 

di Elisabetta Biondi della Sdriscia

ATTENZIONE
Leggi “Ab inferis” in Testi!

Nel corso della sua lunga e feconda attività, Mario Luzi scrisse anche dei testi teatrali in versi in cui egli, attraverso i personaggi in scena, si faceva testimone dell’iniquità e della volgarità dei suoi tempi. Tra le opere più note ricordiamo Ipazia, Rosales, Pietra oscura, Felicità turbate (su quest’ultimo testo vedi qui il post Luzi e Pontormo). Luzi compose, inoltre, su invito o committenza, dei brevi testi in versi, le Parlate, nelle quali, benché non si possano definire propriamente dei testi teatrali, dato il loro tratto informale, al di fuori di una scelta drammaturgica vera e propria, è riscontrabile un’indubbia vocazione scenica (cfr. Stefano Verdino nell’Introduzione a Mario Luzi, Parlate, Novara, Interlinea, 2003).

Tra queste Parlate che hanno in comune anche occasionalità e profondo impegno civile, troviamo un testo complesso e relativamente poco noto, Ab inferis, scritto su richiesta del Presidente del Consiglio regionale della Toscana nel novembre del 2000, in occasione delle celebrazioni per l’abolizione della pena di morte, nel 1786, da parte del Granduca di Toscana Pietro Leopoldo di Lorena. La Toscana fu, infatti, il primo stato ad abolire la pena capitale, anche se essa fu ripristinata in un secondo momento e si dovette attendere quasi un secolo – il 27 aprile 1859 – per la sua abolizione definitiva.

Mario Luzi, da sempre impegnato con le sue opere nella difesa dei grandi valori civili e nella condanna delle iniquità, scrisse per la circostanza un monologo drammatico che induce a riflettere quanto sia atroce che un giudice, cioè un essere umano, possa condannare a morte un altro essere umano in nome della giustizia.

Per questa parlata Luzi si ispirò alla Recitazione di Luca Della Robbia, un testo cinquecentesco in cui è descritta la fermezza e la dignità di cui il repubblicano Boscoli, condannato a morte nel 1512 per l’organizzazione di una congiura contro i Medici, seppe dare prova nelle ultime ore di vita.

Da questa ispirazione è nato un testo molto bello e intenso, di grande forza, nel quale ogni elemento, compresa la distribuzione grafica delle parole, contribuisce a esprimere con efficacia l’attonita, incredula, disperazione del condannato su cui è caduta come un macigno “l’inumana dismisura” della condanna a morte.

“La vita stessa / con sue aguzze pene / e deserte sofferenze / mi aveva spesso condannato a morte”: attraverso le parole del condannato Luzi esprime la certezza che l’essere umano non può assumersi un ruolo che appartiene alla vicenda terrena di ogni individuo e arrogarsi il diritto di privare della vita un altro essere umano. Qui il ritmo franto e spezzato dei versi esprime anche visivamente la straziata consapevolezza che già la vita costituisca di per sé una condanna. Nei versi successivi il detenuto parla di “dilemmi della coscienza”, di “rimorsi” che crocifiggono, messi a tacere dall’enormità della punizione inflitta, un’arbitraria iniquità che non si può chiamare giustizia ed è piuttosto una “vendetta primordiale”, un’“oscura crudeltà”.

“La sentenza emanò da un orifizio/tristo, posto in una trista faccia / sotto il naso, sopra il mento e il pizzo. / A fatica riusciva a essere un volto/ quella raggrinzita carne”: per Mario Luzi l’uomo che condanna a morte un suo consimile perde ogni connotato umano, le espressioni “orifizio”, “raggrinzita carne”, con la loro efficacia sferzante esprimono senza ambiguità la disumanità di chi si assume un tale arbitrio, mettendo in atto le disposizioni contenute in un “molto bistrattato tomo”, cioè nel Codice Penale che gli uomini hanno spesso interpretato a loro piacimento, svalutandone il ruolo e l’importanza e facendone un “carnefice banale” mentre avrebbe dovuto essere nobile strumento di giustizia.

Al condannato resta come conforto estremo la fede, il pensiero che, come Cristo, egli diviene simbolo di un’umanità sofferente che porta la croce salendo, passo dopo passo, la scala verso l’“abisso” del dolore e del rimorso, fino alla morte e alla resurrezione.

In conclusione in Ab inferis, la poesia si mette al servizio dei grandi valori civili con tutta l’intensità e l’umanità di cui può essere capace, senza enfasi retorica, sottolineando la centralità dell’uomo e della sua dignità pur nella profondità della fede nella resurrezione.

Elisabetta Biondi della Sdriscia