Il paesaggio dalla torre

Luzi al suo tavolo di lavoro a Pienza

di Duccio Mugnai

ATTENZIONE
Leggi “Dalla torre” in Testi!

L’esperienza esistenziale della terra senese, quale mondo della propria primitività domestica e dell’elettività ispirativa – si considerino sia la permanenza biografica del poeta a Siena per tre anni dell’infanzia, sia i tanto amati, tardi ristori estivi a Pienza , sia le origini familiari del poeta che riconducono tramite Samprugnano (oggi Semproniano) alla Maremma – emerge prepotentemente in questa lirica orgogliosa e appassionata di Mario Luzi.

Nell’opera di Luzi è innegabile il connubio salutare ed equilibrato tra la città di Firenze ed il territorio toscano, ma in questa poesia la capacità immaginativa e versificatoria del poeta evidenzia soprattutto l’appartenenza intensa, inscindibile e liberatoria alla “terra”. E la “lucentezza” della sacralità lirica luziana esplode in tutta la sua forza.

È una capacità unica di realizzare un tessuto poetico-letterario ricco e contrastato, che in un testo come Dalla torre, tratto dalla raccolta del 1965 Dal fondo delle campagne, gioca magicamente  e misteriosamente sulla sintassi e il lessico (ad esempio l’uso di parole desuete, ma quantomeno costruite forgiando il linguaggio secondo la volontà della propria espressività artistica): grappoli di parole di per sé già rivelanti un senso ulteriore della semanticità, quali “terra lisciata”, “dossi”, “cavalcata verso il mare”, “ressa d’armento”, “gioghi”, “contrafforti”, “spalti”, “spina della vita”, “terra toscana brulla e tersa”.

Solo un grande poeta può servirsi con tale ricchezza d’invenzione di un repertorio linguistico, che non solo descrive il paesaggio, ma lo ricrea nella mente del lettore, senza forzature, presentando un patrimonio di cultura e di sensazioni naturali che il mondo sembra aver dimenticato e le quali, invece, costituiscono scaglia profonda e fondante di ogni più autentica esperienza umana.

Luzi è “lucente”, Luzi è “religioso”: Luzi è un poeta “sacrale”. Si celebra in lui il senso inestimabile, semplice ed insopprimibile della vita, tanto che la terra toscana nella sua purezza e nella sua armonia giocata su contrasti diventa ancora di salvezza contro ogni barbarie umana, la quale, tuttavia, in questo caso, non può neanche essere nominata. Ne andrebbe dell’efficacia rappresentativa in termini realistici e più ancora simbolici di un microcosmo, che è veramente il mondo nella sua più autentica essenza, l’universalità che si cela in un’oggettività solo apparentemente statica e che solo un vero poeta sa penetrare, sublimandola in una libertà di parola fra terra e cielo che ci incanta e ci invita a riflettere.

Non esiste d’altronde rappresentazione più potente della sacralità della vita quanto quella offerta dalla realtà naturale stessa. La Bibbia, di cui certamente Mario Luzi si è nutrito, ce lo dimostra ampiamente, soprattutto in un libro come la Genesi, dove la creazione o l’episodio di Caino e Abele ci pongono di fronte ai grandi, irrisolti problemi dell’umanità e della sua esistenza su questa terra; e la creazione divina – come la poesia di Luzi suggerisce – non è terminata, ma è qualcosa che tracima la quotidianità e tende a pienezza finale ed “escatologica”. Ecco perché l’autore scrive a conclusione di Dalla torre: “seguita a pullulare morte e vita / tenera e ostile, chiara e inconoscibile”. Anche l’infinito dell’“ermo colle” leopardiano pare qui trovare una giustificatissima rispondenza.

Così, insieme a Luzi, è dolce e quasi inevitabile abbandonarsi alla contemplazione della bellezza e del creato, ricordando però, serenamente in coscienza e con coraggio, che, “seppur tanto afferra l’occhio”, siamo esseri fallibili ed in continua lotta: esseri umani “di vedetta”, da una “torre”, contro ogni forma di male.

Duccio Mugnai